Erano quasi cinque anni che aspettavo quel momento.
A tutti i lettori che, dopo aver lettoE domani? Mambo!, mi chiedevano continuamente: «Quando esce il seguito?», «Ma come va a finire?», «Non puoi lasciarmi con tutte queste domande!», dovevo — e volevo — dare una risposta.
La storia era già nella mia testa. Sapevo dove sarebbe andata a finire.
Iniziai subito a scriverla, ma presto mi accorsi che non diceva quello che avrei voluto dire. Non nei modi e nei tempi che avevo immaginato. Continuavo a scrivere, poi correggere, cancellare e, infine, stracciare.
Sapevo dove volevo andare con la storia, ma arrivarci non era così facile come credevo.
È un po’ come mettere una destinazione nel navigatore: lui ti indica l’orario d’arrivo, la strada da percorrere, magari anche qualche alternativa. Poi, però, ti accorgi che anziché essere in autostrada ti ritrovi in mezzo a un sentiero nel bosco, senza segnale, impantanato e con un faro rotto.
Pensavo di metterci al massimo un anno.
Ne sono serviti cinque.
Se penso che Ulisse, per tornare a casa, ci ha impiegato vent’anni rispetto ai pochi mesi di navigazione previsti, alla fine mi è andata anche bene!
E, come Ulisse, anch’io ho dovuto affrontare le mie vicissitudini. Ho incontrato Calipso, Polifemo… ma alla fine ce l’ho fatta.
Sono arrivato alla mia Itaca:
la parola FINE.
Terminare il manoscritto diUna vita per l’altraè stato davvero come arrivare a casa.
Ma scrivere un libro non significa pubblicare un libro.
Sono due cose molto diverse.
Ho spedito il manoscritto a Carlo, il mio editore, con tanta speranza e piena fiducia nel lavoro che avevo fatto. Ricevere la scheda di valutazione del romanzo con l’ok alla pubblicazione è stata una grande soddisfazione. Firmare quel contratto, per me, ha significato davvero molto.
È cominciata così la fase di editing con Alfredo, un professionista dalla competenza indiscutibile, come testimonia anche il suo importante curriculum.
È stato un lavoro che mi ha insegnato e dato molto.
«Da un buon libro diventerà un ottimo libro», mi diceva Alfredo.
E così è stato.
Ci sono stati momenti in cui le sue correzioni andavano oltre quello che avevo immaginato e proprio per questo il confronto è stato davvero utile. Le mie spiegazioni hanno convinto Alfredo su alcune scelte; altre volte sono state le sue spiegazioni a farmi capire cosa fosse meglio per il romanzo.
E ritrovarmi alla fine con un manoscritto editato, pronto per la fase successiva e con interventi relativamente contenuti, mi ha dato una soddisfazione enorme.
Significava che, forse, il mio lavoro era migliore di quanto io stesso pensassi.
Ma il lavoro che viene dopo la parola FINE non è soltanto l’editing.
C’è la copertina. La fotografia dell’autore. La quarta di copertina. La biografia. Adesso c’è la fase dell’impaginazione. Poi arriveranno la stampa, la presentazione e la promozione.
È tutto un lavoro dietro le quinte che forse il lettore non immagina quando apre la prima pagina di un romanzo.
Non immagina le ore di lavoro, le notti passate a scrivere, le frasi cancellate e riscritte. Forse nemmeno i pranzi saltati perché, mentre scrivevi, semplicemente non ti eri accorto del tempo che passava.
Una vita per l’altrauscirà in tutte le librerie e in formato digitale da metà settembre.
Ma, mentre tutto questo sta accadendo, mi è venuto un altro pensiero.
Perché, oltre a leggerlo, non provare a vedere il mio romanzo?
Non soltanto immaginare i miei personaggi, crearli e farli vivere sulla pagina, ma vederli. Sentirli parlare. Trovarmi davanti agli occhi quelle situazioni che fino a quel momento avevano vissuto soltanto nella mia testa e che presto, attraverso il libro, potranno vivere anche i lettori.
Così è nata l’idea di preparare tutto il materiale necessario per proporreUna vita per l’altraad alcune produzioni cinematografiche.
E mi sono accorto che significava ricominciare quasi da capo.
Ho iniziato ad analizzare la stessa storia con occhi completamente diversi: costruire una logline e un concept, ragionare sulla struttura cinematografica, sui personaggi, sulle scene, su quello che in un libro può essere raccontato con le parole e che, sullo schermo, invece, deve essere visto.
Fino ad arrivare al lavoro di questi giorni: preparare la proposta e cominciare a contattare le produzioni.
Diventerà davvero un film? Non lo so.
E non voglio nemmeno raccontarmi che succederà per forza.
So soltanto che questa storia mi ha accompagnato per cinque anni prima di farmi arrivare alla parola FINE e, adesso che sta per raggiungere i suoi lettori, ho deciso di darle anche questa possibilità.
Quindi mi faccio un grande in bocca al lupo per questo nuovo sogno.
Perché, comunque andrà, almeno potrò dire:
io c’ho provato!
Luca Sartori

