Quando prendiamo in mano un libro, vediamo il titolo, l’immagine della copertina, poi nel retro quelle poche frasi che lo presentano, di cosa parla, chi l’ha scritto e centinaia di pagine.
Eppure, quel libro ha già vissuto una vita intera ancora prima di arrivare in quelle mani. È nato magari da appunti scritti a penna in qualche foglio di agenda o quaderno, ha conosciuto dubbi, cancellature, riscritture. Ha aspettato giorni interi perché quella frase trovasse il posto giusto, o si è trovato scritto un capitolo intero in poche ore. Ha visto creare personaggi, cambiarne carattere, aspetto e dialoghi nascere e sparire, cambiare tono e significato e capitoli interi essere riscritti da capo.
Chi legge non se ne accorge, ed è giusto sia così. Perché il compito di chi scrive è proprio questo: fare in modo che tutto sembri naturale.
E questo non vale solo per i libri. Vale anche per una canzone. Quando ascoltiamo quattro minuti di musica, non immaginiamo quante volte una parola sia stata cambiata, quella frase riscritta, di quante prove siano state fatte. Quanti piccoli dettagli abbiano richiesto ore di lavoro per pochi secondi di ascolto. A volte basta una sola parola fuori posto per togliere serenità a chi l’ha scritta. Magari nessuno se ne accorgerebbe. Eppure l’autore sì.
Perché ogni opera, prima di essere consegnata agli altri, deve convincere prima di tutto chi l’ha creata. È un lavoro silenzioso, invisibile, fatto di pazienza più che di ispirazione.
L’ispirazione arriva in un attimo. Il lavoro, invece, continua anche quando l’entusiasmo iniziale è passato, quando la spinta emotiva che l’ispirazione dà, rallenta. Continua quando bisogna correggere una frase che non convince. Quando ci si ferma per giorni davanti a una pagina bianca. Quando si ricomincia da capo perché ci si rende conto che esiste una strada migliore.
Ed è forse proprio questo il momento in cui nasce davvero un libro. Non quando viene stampato, ma quando l’autore decide di non accontentarsi della prima versione.
Perché creare non significa inseguire la perfezione. Significa avere abbastanza rispetto per chi leggerà quelle pagine da dedicare tempo anche a ciò che probabilmente nessuno noterà mai.
Forse il bello del lavoro invisibile è proprio questo. Il lettore non vedrà mai le ore trascorse a cercare una parola. Non saprà quante volte un capitolo è stato riscritto. Non conoscerà tutti i dubbi che hanno accompagnato la nascita di quella storia. Vedrà soltanto il risultato.
E se quel risultato riuscirà a emozionarlo, allora tutto quel lavoro invisibile avrà trovato il suo senso.
Luca Sartori

